Stamattina voglio spendere mezz’ora del mio tempo per parlare di un’idea che mi sta molto a cuore. Voglio parlare della differenza tra il costo di produzione, il valore reale e il valore percepito, e di come in questi tre concetti si insinua una quarta parola: Cultura. Questo articolo è dedicato a tutte le persone di Cultura che, come me, spesso e volentieri si ritrovano ad essere giudicate da persone ignoranti e gli sale un gatto che la metà basta, tanto per dire.

Partiamo da un piccolo glossario intanto, ovvero di come intendo io questi tre concetti in modo che ci capiamo senza equivoci:

  • COSTO DI PRODUZIONE: è il costo della materia prima e delle spese accessorie (luce, acqua, gas, gestione, personale, affitto, investimenti, commercialista…) ma necessarie alla messa in commercio del prodotto/servizio.
  • VALORE REALE: è il prezzo in soldi con cui noi paghiamo il prodotto/servizio ed è determinato, più o meno oggettivamente, dal Mercato.
  • VALORE PERCEPITO: è il peso che diamo allo sforzo che facciamo per pagare il prodotto/servizio ed è determinato, più o meno soggettivamente, dalla nostra Cultura.

Ecco, chiarito questo possiamo iniziare. Stamattina mi sono svegliata sulle 7 e ho letto questo articolo su Dissapore di Cinzia Alfè intitolato: “Perché spendere 300 € da Bottura è immorale?” e sottointitolato: “fatelo decidere a me che pago il conto.” L’ho trovata un’analisi brillante, che mi ha coinvolto molto in prima persona e per questo ho desiderato aggiungere qualcosa qui sul mio blog.

L’articolo inizia con questo commento:

“La cifra è importante, sicuramente. Ma ognuno spende i propri soldi come meglio crede. Io ad esempio non concepisco di spendere centinaia di euro per una borsa, non mi sogno nemmeno di comprare una macchina costosa, proprio non mi interessa. Da Massimo Bottura andrei di corsa, il problema è che nessuno che conosco è interessato a investire in un’esperienza del genere”.

E finisce con questa frase di Cinzia:

Il prezzo è il valore che noi diamo alle cose, ovvero quanta parte del nostro lavoro, monetizzato in fruscianti bigliettoni, siamo disposti a immolare per l’acquisto di ciò che più ci aggrada: l’ultimo iPhone, una serata al night, un viaggio, e sì, anche il pasto in un tempio gastronomico come quello di Massimo Bottura.

Ecco, ovviamente sono d’accordo su questa analisi, e come sempre mi piace leggere Dissapore la mattina. Ci sono tuttavia un paio di cosine che voglio puntualizzare.

La mia domanda è: perché è moralmente accettato e quasi normale che il lavoratore con uno stipendio medio (supponiamo 1.200 € al mese) spenda 200 € di sigarette al mese e invece è una roba da ricchi sofisticati spendere la stessa cifra da Bottura?

Sono certa che, se come me, ami il vino e il cibo è tutta la vita che ti senti dire che è una cosa “da fighetti” o peggio che questo denota scarsa semplicità. Addirittura ci sarà chi ti dice che non se lo può permettere. Sì, stiamo parlando delle stesse persone che vedi con la sigaretta in bocca a tutte le ore, che fumano anche più di un pacchetto al giorno per la modica cifra di 5 € a pacchetto. Stiamo parlando di persone che spendono dai 150 ai 250 € al mese (ovvero circa 1/5 del loro stipendio) e l’equivalente di una cena da Massimo Bottura, per regalarsi l’esperienza di un tumore ai polmoni. Eppure per queste persone, che in realtà sono dei tossici in astinenza della dose, quelle sigarette con cui si uccidono lentamente valgono i 300 €, mentre l’esperienza nel tempio della cucina no, non li vale.

Sì, io condanno il fumo. Il motivo è semplice: sono una ex-fumatrice. O una ex-tossica se preferisci. A me non la racconti: so perfettamente cosa vuol dire cercare la dose e diventare nervosa finché non hai la certezza di averla in tasca. E so anche che sforzo di volontà richiede smettere: sono quasi 7 anni che ho smesso di fumare, ed è sicuramente la cosa più intelligente che ho fatto in tutta la mia vita. Ho smesso di essere nervosa. Ho smesso di sputtanare i soldi che guadagno. Ho smesso di rovinarmi la salute. E indovina? Ora nel vino sento l’albicocca, la mandorla, i fiori d’acacia… tutti profumi che prima non mi sognavo nemmeno di sentire.

Ma questo articolo non nasce per condannare il fumo, ma per riflettere insieme sul valore che diamo alle cose. Io credo ci siano due macro categorie di persone: quelle che spendono per possedere degli oggetti e quelle che spendono per vivere delle esperienze. Credo che la prima categoria di persone sia composta prevalentemente da insicuri, che non acquistano nemmeno l’oggetto in sé ma lo status che quell’oggetto gli da. Credo che la seconda categoria di persone sia composta prevalentemente da persone in pace con sé stesse che non hanno bisogno di oggetti per dimostrare il loro valore.

Detto questo, anche a me piace la borsa da 300 € o più. E qualcuna, nel corso della vita, me la sono pure comprata. Ma se sono dinanzi alla scelta: o la borsa o la cena, scelgo la cena. Certo, qualcuno può obiettarmi che la borsa è un bene “durevole” mentre la cena dura al massimo un paio d’ore, ma sappiamo entrambi che la borsa non è eterna e che per svolgere quella funzione non serviva spendere 300 € ma ne bastavano molti, molti meno. E sappiamo anche che oggi c’è questa borsa, e tra un mese o due ne desidereremo un’altra.

Il problema è che siamo figli di una società consumistica dove abbiamo bisogno di appagare velocemente i nostri desideri e possedere sempre più oggetti nuovi che, solo perché servono a qualcosa, ci appaiono indispensabili tanto da giustificarne la spesa.

E il vino? E il cibo? Mangiare e bere bene è considerata spesso una cosa da ricchi o da gente sofisticata. Sì, chi ha questa considerazione è quello che spende 300 € in sigarette, in una borsa, in un accessorio per la moto, in un tablet con cui al massimo ci guarderà 3 video e ci condividerà una cazzata su Facebook, in un telefono nuovo quando il vecchio funzionava benissimo ed aveva già tutte le funzionalità che poteva desiderare, anzi di più.

Ma la cosa davvero “grave” non è che non spende 300 € da Bottura, ma che risparmia 30 centesimi ed acquista una passata di pomodoro di bassa qualità al Discount mentre chatta col suo nuovo iPhone 7. E una volta che esce dal supermercato si accende una sigaretta. Poi mi da della sofisticata e mi dice che non sono una ragazza semplice perché io sulla pizza metto solo pomodori San Marzano dell’Agro sarnese-nocerino DOP, e che lui/lei non se lo può permettere perché non è consono alle sue possibilità. Poi sale sulla sua nuova moto/macchina e si dirige verso una casa-catapecchia.

Sì, perché solitamente queste persone sono le stesse a cui non frega nulla della casa in cui vivono. Del resto la casa non si mostra con la stessa facilità di uno smartphone, di una borsetta o di una macchina. Vivono in case totalmente trascurate, si lamentano che non gli va la lavatrice o hanno la muffa alle pareti, i mobili sono buttati lì dal mercatone senza un briciolo di ricerca estetica.

E quando sento una di queste persone dirmi che io non sono una ragazza semplice e che loro non si possono permettere di spendere 50 € per una bottiglia di vino o una cena in un ristorante stellato, anzi che addirittura è immorale, mi sale il famoso gatto. E si arrampica con le sue unghiette sulle mie cosce. E vorrei urlare, cavolo se lo vorrei.

La semplicità non è mangiare e bere male perché non si capisce un cazzo di ciò che si mangia e si preferisce spendere 20 € per l’abbondanza a scapito della qualità. Questa è solo ignoranza. Ignoranza proprio nel senso letterale, ovvero che si è all’oscuro della qualità e del valore di certe esperienze.  È immorale invece spendere al mese 300€ in 1-2 persone di sigarette (o nelle slot, o in altri vizi distruttivi), ovvero spendere per farsi del male, non certo per vivere un’esperienza culinaria nel tempio della cucina italiana.

[URGE UNA PRECISAZIONE DATO CHE QUANDO HO PUBBLICATO QUESTO ARTICOLO SU UN GRUPPO FACEBOOK C’E’ STATO UN FRAINTENDIMENTO! QUANDO IO INTENDO CHE SI PREFERISCE L’ABBONDANZA A SCAPITO DELLA QUALITA’ NON PARLO CERTO DI TRATTORIE O AGRITURISMI CHE FANNO LA SFOGLIA ARTIGIANALE, MA DI QUEI RISTORANTI CHE DANNO KG DI PASTA INDUSTRIALE SURGELATA… E CE NE SONO TANTI PURTROPPO!!!]

Poi certo, c’è anche chi non se lo può permettere, e per queste persone il mio ragionamento non vale. Ma parliamo di non fumatori, non giocatori, che non cambiano cellulare solo per averne uno più figo, che non hanno un tablet solo per giocare o guardare un video, che non spendono soldi in borse o vestiti firmati, viaggi, moto e accessori etc etc.

Per tutti gli altri vale la regola che ognuno i suoi soldi se li spende in base alla sua capacità di apprezzare “l’oggetto” su cui investe. E questa é solo Cultura.

E sia chiaro che qui non si condanna o giudica chi spende 1000 € per una borsa, per un iPhone nuovo modello o per un accessorio della moto. Qui è tutto l’opposto: si chiede gentilmente di non essere giudicati per come si spendono i propri soldi. Io amo investire i soldi in esperienze: cibo, vino, viaggi… tutto il resto per me è secondario. Colleziono orchidee e bottiglie di vino, ma queste mie due passioni all’esterno non si vedono e quindi non denotano uno status sociale. Poi però anche io sono Apple Addicted, mi faccio la manicure ogni mese e amo Louis Vuitton. Semplicemente mi do delle priorità.

Ecco, la scelta di queste priorità è dettata unicamente dalla nostra Cultura. Mangiare da Bottura, o da chi per lui, non deve essere visto l’appagamento di un bisogno primario come quello della fame, ma piuttosto il piacere di vivere un’esperienza artistica, esattamente come visitare la Cappella Sistina o ascoltare un concerto per organo di Bach. Vivere un’emozione, a mio avviso, significa appagare un senso e non un bisogno. Possiamo appagare la vista con un quadro, l’udito con una melodia, il tatto con un abbraccio, l’olfatto con un profumo (o un vino nel mio caso)… perché non dovremmo appagare il gusto con un cibo straordinario?

La scelta di appagare i nostri sensi e il modo con cui si appagano è solo Cultura.

Il termine Cultura deriva dal latino colere che significa “coltivare“. Ognuno sceglie cosa coltivare nella propria vita, se un interesse piuttosto che un altro. Siamo tutti diversi, tutti amiamo fare cose diverse ed è la nostra diversità la più grande fonte di ricchezza che abbiamo. La diversità ci permette di crescere, di sceglierci, di ammirarci, di imparare, di essere.

Cerchiamo di omologarci tutti solo in una cosa: coltiviamo sempre amore e rispetto per chi è diverso da noi, anche se ignora il Piacere che traiamo da ciò che ci appassiona.

Con affetto,

Chiara

PS nella foto di copertina Camoufage: Hare in the Woods, piatto di Massimo Bottura che si ispira a Pablo Picasso, che vide il Cubismo nei colori mimetici di un camion militare.

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