Mi sono innamorata a prima vista 3 volte nella mia vita: la prima il 16 luglio 2001, la seconda il 28 marzo 2009 e la terza il 6 dicembre 2019. In mezzo ho vissuto tante cose diverse, che di comune avevano tutte l’essere quanto di più lontano c’è dall’Amore. E l’ho sempre saputo, sia durante, sia dopo. Tuttavia, il mio primo, grande Amore, è iniziato l’8 maggio 1985, quando ho aperto gli occhi e ho visto per la prima volta mio padre. Grazie a lui ho imparato che non c’è sogno fuori dalla mia portata, a patto di fondere passione, strategia e perseveranza. Grazie a lui ho imparato che essere “diversi” è un dono e non una punizione. Ma poi… diverso da chi? Stavo per scrivere “da chi si accontenta”, ma in realtà questo concetto è quanto di più sbagliato esiste. Io mi accontento se non scalo l’Everest, ma la persona che non punta all’Everest ma alla collinetta dietro casa e ne conquista la cima non si sta accontentando, anzi, si è realizzata. Si accontenta colui che pur puntando a una certa cosa nella vita, per pigrizia, mancanza di volontà o coraggio, ne persegue una completamente opposta. Io e Roberta siamo diverse, ma non tra noi, dalla maggioranza delle altre persone. Io e Roberta vogliamo essere libere di essere noi stesse. Il motivo è che a noi non ce ne frega un emerito asparago di quello che pensa la gente che non ci conosce nel profondo, e questo nasce da un lungo periodo di presa di consapevolezza dove, sono certa, siamo arrivate perfino ad “odiarci” per desiderare cose diverse da quelle che desiderano “gli altri”. E questa è la stessa cosa che ho pensato del mio fidanzato quando l’ho conosciuto. Io amo le persone a cui brillano gli occhi quando parlano delle loro passioni e le perseguono fino a realizzarle. Coelho diceva più o meno che se hai un sogno e lo insegui con coraggio, tutte le stelle si adoperano per aiutarti a realizzarlo. Roberta Gandini ha realizzato, tra le cose, il 133 Sushi Club a Desenzano del Garda. Ti prego, non chiamarlo mai ristorante sushi o ristorante fusion, perchè stai togliendo qualcosa a un progetto che non può essere incasellato in una categoria definita, ma fa capo solo alla parola GUSTO.

Tuttavia, quello che mi ha fatto percepire in Roberta una vera affinità è la cura nel dettaglio. Oddio, è una delle cose che più apprezzo in una Donna. E voglio sottolineare in una donna perchè considero questa cura un tratto assolutamente femminile. Un uomo può essere perfezionista fino all’esasperazione, ma non curerà mai il particolare come una donna perchè proprio non lo vede quel particolare. Non è una colpa: donne e uomini sono diversi e per questo le une hanno bisogno degli altri per procreare e mandare avanti la specie umana. Accettare la diversità, anzi rispettarle e valorizzarle, dovrebbe essere uno degli obiettivi del nuovo decennio.

Roberta, nel suo 133 Sushi Club, ha curato ogni dettaglio e brandizzato davvero tutto, acqua minerale compresa. Il colore dominante è il bianco, questo perchè il locale è “solo” un involucro, la tela dove Roberta esprime il suo estro scegliendo artisti di talento e trasformando ogni angolo in un museo d’arte contemporanea. Tutto è in vendita, tutto cambia. Nulla si può fermare. Bellissimi i bicchieri, che ho anche io a casa grazie a un regalo di amici ristoratori e stupendi i tovaglioli double face, che da un lato sento molto morbidi. Mi piace anche l’idea di apparecchiare mettendo il tovagliolo e le bacchette dentro il bicchiere, lascia la tavola molto pulita e ordinata. Ecco, se posso permettermi una piccola idea per Roberta, mi piacerebbe molto vedere le bacchette in metallo nero con il logo 133 fucsia al posto di quelle in legno usa e getta. Stupendi i piatti in vetro.

Una cosa che ho apprezzato particolarmente sono le chips, credo di banana o platano, portate come aperitivo. Innanzitutto le ho trovate buonissime e fritte in modo magistrale, poi consentono di chiacchierare piacevolmente anche se si ha un po’ fame e ingannano l’attesa. Comunque i tempi tra una portata e l’altra sono stati scanditi benissimo anche se il locale molto affollato. Il primo vino etichettato 133 è stato il Franciacorta Satén di Bersi Serlini, una cantina della Franciacorta in cui non sono mai stata (spero di rimediare presto), ma di cui ho già assaggiato qualcosa di interessante. Il primo piatto che abbiamo degustato è stato “Ceviche”, ricciola fresca con vinaigrette agrumata. In un piatto come questo il protagonista è il pesce, davvero fresco e saporito. Perfetto anche l’abbinamento con il cetriolo, composto in modo molto scenografico. Io poi adoro il carpaccio di ricciola, trovo che sia uno dei pesci crudi sfilettati più deliziosi!

Il secondo vino etichettato 133 è un Torrontés argentino 2018! Fantastico, un omaggio al mio papà nato a Buenos Aires! Il torrontés è un vitigno aromatico a bacca bianca con un profumo che ricorda il moscato, fruttato, floreale e minerale, con un interessante potenziale di invecchiamento anche se, tradizionalmente, viene consumato giovane. Proprio mentre sto scrivendo quest’articolo sto degustando un calice di una delle bottiglie che mi ha omaggiato Roberta! Questo in particolare ha uno spiccato profumo di erbe aromatiche, pesca bianca e fiori di gelsomino, con un sottofondo minerale che dura per tutta la beva, facile e piacevole. Un vino perfetto da aperitivo che ben si presta ad abbinarsi al sushi e ai carpacci di pesce.

In un mondo ideale io mangerei salmone a colazione, a pranzo e a cena… e in effetti lo mangio davvero spesso. Il secondo piatto così, per gusto strettamente personale, è quello che mi ha appagato di più. Il “Sake Teriyaki” sono cubetti di salmone alla piastra con salsa teriyaki servito con fagiolini in salsa di tofu bianco. Io non ho mai apprezzato il tofu fino a stasera: i fagiolini erano speciali e ne avrei mangiati una scodella! La cottura magistrale del salmone è stata valorizzata dalla salsa teriyaki, che io preparo anche a casa con il Mirin (liquore di riso alternativo al sakè), la salsa di soia e poco zucchero. Di fatto è una salsa di soia più dolce con una consistenza “glassata”.

Il terzo piatto che abbiamo degustato l’ho trovato anch’esso molto interessante! “Puré viola” è un puré di patate viola peruviane con gamberi sbollentati e sale nero del Mar Morto. A me il purè piace tantissimo e trovo l’idea e la presentazione molto originale. Nel menù è presente anche un puré arancio di patate arancioni olandesi con calamaro alla piastra e sale. A proposito, sai perchè le patate olandesi sono arancioni? Il motivo è lo stesso per cui sono nate le carote arancioni… che in natura erano di un meno allettante colore viola scuro: la casata degli Orange! Nel 1600 questa dinastia condusse il Paese alla vittoria nella guerra d’Indipendenza spagnola e i coltivatori s’impegnarono a selezionare carote e patate fino a portarle al colore arancione. “Orange” infatti significa appunto arancione! Come puoi immaginare il risultato fu così apprezzato che la carota viola praticamente scomparve… colore e gusto di quella arancione erano molto più gradevoli! In realtà non sapevo che in Olanda ci fossero anche le patate arancioni, ma credevo che questo colore fosse tipico della batata dolce americana… tuttavia suppongo sia un altro omaggio alla casata degli Orange!

Chi mi conosce sa che ho un debole per 2 vitigni bianchi: il riesling e il sauvignon blanc. Dopo aver rischiato la testa all’esame per diventare sommelier proprio a causa del Sudafrica, che ammetto candidamente di non aver studiato per allora, l’ho studiato davvero tantissimo per scrivere il mio libro “Come diventare Sommelier“… anzi ho perfino contattato l’ente per approfondire le WO. Ho bevuto pochi vini sudafricani nella mia vita, pertanto ringrazio Roberta perchè mi ha fatto vivere un’esperienza nell’esperienza! Oltretutto ho trovato questo Sauvignon Blanc WO Durbanville 2017davvero eccellente!

A questo punto direi che siamo entrati nel vivo del concetto di Fusion, con un’interpretazione dei classici maki giapponesi davvero personale. Le tipologie di maki che ci ha proposto Roberta sono 3:

  • Maki Sweet: Riso alla rapa rossa con salmone crudo, mousse di Philadelphia con tobiko al wasabi, basilico fresco e semi di zucca, girasole, lino e sesamo – semplicemente divino!
  • Maki 133: Tartare di salmone con erba cipollina, maionese, pesce in tempura e salsa teriyaki – favoloso!
  • Maki Music: Tartare di pesce burro con pesce in tempura e noci caramellate al tè verde – interessantissimo!

Ho apprezzato molto anche l’utilizzo del pesce burro, o meglio Escolar, che non è molto mangiato alle nostre latitudini, anche per il suo effetto lassativo (ma non nelle piccole quantità che se ne mangia nei maki). Questo pesce può superare i due metri di lunghezza e di giorno vive a quasi 1000 metri di profondità, per poi risalire di notte. Ha carni davvero saporite e succulente, io l’ho mangiato in una sperduta isoletta portoghese tanti anni fa: Madeira, e ancora me lo ricordo! Me lo servirono in una specie di hot dog con sopra del platano fritto sottile come capelli. Mi piacque così tanto questo street food che lo assaporai ogni giorno! 

Qui un particolare del sushi che ho preferito in questa quarta portata: il maki sweet. Il suo miglior punto di forza è la pulizia dei sapori: ogni gusto è definito alla perfezione. Questo non è affatto scontato quando si hanno tanti ingredienti e tra questi ce n’è uno con un’intensità gusto olfattiva e una persistenza importanti come il basilico. Lo so che l’ho già detto… ma è davvero buonissimo!

La quinta portata è stata un fuori menu e, nel complesso, è stato il miglior sushi della serata. Gli ingredienti, così diversi, si sono sposati e valorizzati in modo quasi incredibile. Il Piggy Maki, che deve il suo nome al colore fucsia, ha una salsa fucsia alla rapa rossa su cui posano squisiti rotolini ripieni di rapa e capasanta alla piastra. Sopra una goccia di salsa a base di manbeku, curry verde thailandese e mango.

Che carina l’idea di presentare i dolci come fossero maki e affini! In realtà sono crepes al cioccolato o alla frutta! Il mio preferito è stato, non a caso, quello in primo piano nella foto: il cioccomaki, uno squisito rotolino di crepes ripieno di cioccolato e mascarpone. Molto buono anche il risomaki, un rotolino di riso soffiato al caramello e cioccolato che profuma delicatamente di zenzero.

La cena è stata speciale perchè Roberta è unica. Ci ha servito puntualmente Matteo: elegante, preparato e delizioso! Infine ci è venuto a salutare il cagnolino coccoloso Lallo, con un papillon da fare invidia a Daverio! Non vedo l’ora di tornare al 133 per assaggiare qualcosa di nuovo. A proposito, attendo Roberta, Matteo e Lallo come ospiti qui a Monte Isola: loro portano il sushi, io qualche vino interessante da abbinarci in cantina ce l’ho! 😋 😎 😍 Chissà se Paco e Lallo andranno d’accordo… credo di sì se quest’ultimo porta in dote il sushi! 🤔😝

Infine, l’ultimo grazie è per te, Francesco. Per te che riesci a rendere, con la tua dolcezza, una bellissima esperienza come questa vissuta da Roberta al 133 Sushi Club, magica. Per te che hai dato un senso al mio continuo cercare un rapporto che fino al giorno che ti ho conosciuto avevo solo desiderato. In realtà tu sei sempre stato con me, ancora prima che ci conoscessimo, nei miei sogni… dovevo solo trovarti. Come dice l’immenso Paulo Coelho, “Gli incontri più importanti sono già combinati dalle anime prima ancora che i corpi si incontrano“.

Cheers ❤️

Chiara

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