Da sempre voglio scrivere questo articolo, quindi sono davvero felice di avere avuto la possibilità di farlo grazie ad Alessandra Viola, Responsabile delle pubbliche relazioni di Ca’ del Bosco. Oggi finalmente mi sono schiarita le idee sul colosso della Franciacorta. Chiunque ha mai bevuto una bollicina in mia compagnia sa che il Cuvée Prestige Ca’ del Bosco non mi piace. Certo è il loro vino base, ma l’osannamento generale verso questo Franciacorta non l’ho mai capito: come dicevo oggi ad Alessandra lo trovo davvero anonimo. Diverso il discorso per il Cuvée Prestige Rosé, più di carattere… e questo l’ho sempre bevuto volentieri! Penso che tutti conoscono Ca’ del Bosco… questa cantina non è nata prima delle altre, ma grazie ad una straordinaria visione di marketing e comunicazione del vino è diventata l’icona della Franciacorta. E pazienza se non ha una villa straordinaria intorno come Villa Baiana de La Montina, o le cantine storiche di Palazzo Lana Berlucchi… sono riusciti a imporre la loro presenza non per un Franciacorta base eccellente (se volete il mio personale parere l’Extra Brut base de La Montina è davvero difficile da eguagliare… soprattutto nella fascia di prezzo “scandalosamente accessibile” su cui si colloca!). Ma il Cuvée Prestige Ca’ del Bosco, col suo packaging opulento e prezioso è l’esempio perfetto di quello che dico sempre ai miei clienti: si compra con gli occhi ancora prima che con il gusto. Non ci sarà Franciacorta straordinario o sommelier che tenga fin quando sull’anonimo scaffale di un’enoteca troverete questa bottiglia. Questa bottiglia ha vinto in partenza. Dalla sua trasparenza che evoca sincerità e purezza, alla ricchezza dell’oro, all’eleganza del ton sur ton… il colpo di grazia poi viene con il sacchetto di plastica trasparente dorato che la contiene: fa subito lusso. E pazienza se il liquido che contiene non è certo all’altezza: tutti la vogliono, tutti la scelgono per le loro occasioni speciali.

Per fortuna Ca’ del Bosco non è il Cuvée Prestige, sebbene si ostinino a definirlo parte fondamentale de l’Identità Ca’ del Bosco.

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Ca’ del Bosco accoglie i suoi visitatori con un cancello colossale, l’Inno al Sole di Arnaldo Pomodoro. Arnaldo Pomodoro!!!!! C’è qualcuno al mondo che non lo conosce, almeno per sentito dire? Arnaldo Pomodoro è un genio. Un fottuto genio della scultura. Le sue opere adornano le più belle città italiane, da Torino a Sorrento, fino ad essere esposte nei più importanti musei ed edifici del mondo, dal Cremlino all’ONU. Io adoro le geometrie di Pomodoro, quasi un Kandinskij tridimensionale. La passione per l’arte di Maurizio Zanella è palpabile in ogni angolo di Ca’ del Bosco, che si può definire un vero e proprio Museo a cielo aperto dove il vino è co-protagonista di un inno alla valorizzazione della Bellezza del mondo.

Il Cancello solare è un’opera in bronzo dall’anima di acciaio che Arnaldo Pomodoro ha progettato nel 1987 e la cui realizzazione è terminata nel 1993. Lo stile è in perfetto Pomodoro: un’imponente struttura circolare dal diametro di 5 metri si apre in due semicerchi intersecati da parallelepipedi euclidei che sembrano quasi frecce che invitano ad entrare nella proprietà con un misto di riverenza ed ammirazione.

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“Inno al sole”, il cancello d’ingresso di Arnaldo Pomodoro

Se c’è una cosa che ho capito di Maurizio Zanella è che è un imprenditore eccezionale. Un imprenditore vero, di quelli che io ho sempre stimato. Maurizio Zanella ama la sua azienda. Io credo che un imprenditore ami la propria azienda e il proprio lavoro e per questo la valorizza continuamente. Come dico sempre ai miei clienti (ormai l’avete capito che sono un po’ una rompiballe 😉 ) è inutile possedere una Ferrari e tenerla nascosta in garage. Se compri una Ferrari, se sei una Ferrari, devi rombare sulle strade, meglio ancora in pista… non certo stare coperta ai box. Tradotto: è assolutamente stupido investire in infrastrutture senza investire in comunicazione. Il vostro vino, ma questo discorso vale in qualsiasi settore merceologico, può essere il miglior vino del mondo, ma non vi darà da mangiare se lo consumate solo voi con i vostri amici. E se vi devo dire la verità… io credo che un imprenditore che ama la propria azienda ci tiene che sia tanto bella questa quanto il prodotto che produce. Credo che questo vale nelle cose, nel lavoro come nelle persone. Credo che una persona bella lavora bene più di una brutta. Attenzione, non parlo di bellezza fisica! Il mio concetto di Bellezza è un qualcosa di complessivo, di globale. Parlo di amore per sé stessi, di cura del proprio corpo quanto del proprio essere… l’attenzione al dettaglio si ripercuote tanto nel proprio aspetto quanto nel proprio lavoro… da non confondere con i narcisisti però! Ma credo che una persona attenta ad ogni più piccolo particolare nel suo modo di presentarsi nonché nel suo modo di vivere avrà un risultato migliore di una persona che presta attenzione solo al funzionamento delle cose senza curarsi della forma. Bellezza esteriore e qualità del contenuto devono sempre andare di pari passo… l’una senza l’altra non bastano per sopravvivere! Tanto di cappello quindi al lavoro di Maurizio Zanella, sempre così attento alla cura delle sue bottiglie e della sua cantina… che di per sé non avrebbe niente di speciale rispetto a tante altre se non il bellissimo contesto paesaggistico in mezzo ai vigneti… ma è talmente nobilitata da particolari opere d’arte contemporanea da essere unica nel suo genere.

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Maurizio Zanella, founder & CEO di Ca’ del Bosco in mezzo ai Blue Guardians (2010) del Cracking Art Group

Alessandra mi ha detto che i lupi azzurri vegliano su Ca’ del Bosco… io ho conosciuto la Cracking Art grazie a Fabrizio Quiriti, noto gallerista di Cuneo con cui da anni coltivo una conoscenza virtuale su Twitter… fondatore del club #SfigatiDelSabatoSera di cui sono stata uno dei primi membri 😀 😀 a proposito al prossimo raduno bisogna che vado pure io… Se non conosci #sfigatidelsabatosera… tutti almeno una volta ci siamo sentiti un po’ così: con gli amici che hanno qualcosa di apparentemente stupendo da fare… e noi che ci troviamo soli sul divano a guardare un film che nemmeno ci piace… ecco questa community è nata proprio così: Fabrizio anni fa manda un Tweet con l’hashtag #SfigatiDelSabatoSera e taaaaac immediatamente gli arrivano un sacco di risposte da altri “sfigati” come lui… tra cui io 😉 La nostra conoscenza virtuale inizia… e grazie a lui ho visto opere di Cracking Art in tante città d’Italia! In pratica questo movimento artistico consiste nell’installare animali coloratissimi di plastica riciclabile per ricordare all’uomo la fragilità della natura che va per questo salvaguardata (il nome deriva dal verbo to crack ovvero cedere, schioccare, spaccare). Io lo adoro la Cracking Art! Mi mette di buon umore… e trovo che queste installazioni siano deliziose anche in contesti urbani difficili come i centri storici e i luoghi manifesti di arte classica, barocca o rinascimentale. Sono elementi di rottura, ed è proprio nel loro spaccare la continuità col circostante che sta la loro poesia.

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Uno scorcio della cantina con l’uovo di Spirito Costa

L’ultimo nato a Ca’ del Bosco è proprio l’uovo di Spirito Costa, emblema dell’Arte Povera ma anche dell’Arte Concettuale, realizzato con materiale di riciclo… ovvero 6000 gusci d’uovo. Da un punto di vista paesaggistico l’ho trovata abbastanza interessante, da un punto di vista concettuale non mi ha entusiasmato in verità… ma davanti alla cantina con quella bell’erba curata di un verde così intenso crea un contrasto cromatico davvero piacevole! Adesso non sto a descriverti tutte le opere d’arte presenti che non la finisco più… ed è anche ora di parlare un po’ di vino. Quello che ti voglio lasciare come messaggio è che trovo che l’accoppiata vino ed arte, che avevo già sperimentato a La Montina con il loro bellissimo museo d’arte moderna, è vincente nonché davvero romantico.

Ah dimenticavo! Carina la reception con il plastico che si illumina mostrando tutti i possedimenti ed i vigneti dell’azienda… fa molto turista tedesco… ma è forte! Ci ho giocato tipo scolaretta in vacanza intanto che aspettavo Alessandra….

Plastico della Franciacorta con illuminati i vigneti di proprietà di Ca' del Bosco

Plastico della Franciacorta con illuminati i vigneti di proprietà di Ca’ del Bosco

Hai mai sentito parlare della “SPA del grappolo”? Per me è stata un’assoluta novità! Dalla vendemmia 2008 i grappoli vengono lavati per evitare parte dei problemi delle prime fasi della vinificazione che derivano banalmente dalle impurità presenti sull’uva raccolta. Come su tutta la frutta, sull’acino, quindi nel vino, sono presenti moltissime sostanze più o meno nocive, anche di origine naturale. Prima di tutto le micotossine, prodotte da funghi parassiti che possono costituire la microflora delle uve in raccolta. Paradossalmente, le uve coltivate secondo il metodo biologico sono le più esposte a questo rischio. E qui sono davvero, davvero d’accordo! Sulle bucce dell’uva si possono inoltre trovare, anche se in dosi infinitesimali, gli agenti inquinanti presenti nell’ambiente. Ovviamente, sull’uva, rimangono anche residui dei prodotti antiparassitari. Nell’acino, nel mosto, nelle fecce, nelle vinacce. E nel vino. Questa concentrazione, più o meno elevata, di sostanze indesiderate è riducibile con il lavaggio delle uve. Le cosiddette “Terme del Grappolo” sono poi una nuova strada per chi vorrà seguirla. Dopo la raccolta a mano e il raffreddamento in cella, le cassette d’uva vengono rovesciate delicatamente. Ha poi luogo una cernita manuale di tutti i grappoli, per togliere tutto quello che non merita di diventare mosto. A questo punto inizia il lavaggio delle uve. Un percorso di tre vasche di ammollo, che prevede il movimento e il galleggiamento dei grappoli per borbottaggio d’aria e, infine, l’asciugatura, affinché il mosto non risulti diluito. Qui lo so, si scatena l’ardita battaglia tra il purista del vino che rabbrividisce al pensiero di lavare l’uva, l’igienista che ne è felice e il naturista che è soddisfatto che questo metodo abbassi la % di solfiti contenuta nel vino finito. E questa cosa, a prescindere che dia un effettivo beneficio, è geniale dal punto di vista comunicativo. Ca’ del Bosco ha investito sulle terme del grappolo per fare passare il messaggio che ha a cuore un vino sano, di qualità e soprattutto NATURALE. Termine che piace molto ai meno amanti e  ai non tradizionalisti del vino. (Gli stessi a cui piace la bottiglia col vestitino dorato *_* )… e se fa davvero bene questo metodo ed ha davvero ridotto i solfiti… che non so a te ma a me fanno venire mal di testa allucinanti già dopo un paio di calici… ben venga! Poi però alle terme vorrei andarci anche io… 😀

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Le terme del grappolo del Metodo Ca’ del Bosco

Alessandra ci ha fatto strada nell’area di vinificazione della cantina, dove una gigantesca scultura in vetroresina e cemento lascia davvero meravigliati, sia per la mole che per la collocazione! Il peso del tempo sospeso è un’opera di Stefano Bombardieri, un tempo scenografo di Gardaland oggi “giocoliere dell’arte” che stupisce, diverte, ma soprattutto capace di far riflettere su temi apparentemente banali, ma che non dobbiamo mai dimenticare in quanto sono veri risucchiatori di energia. L’attesa è disarmante e violenta, sempre. Ci toglie la nostra vitalità, il nostro coraggio, la nostra essenza con un’intensità che talvolta sconfina nel dolore. In fondo, la sala d’aspetto è forse l’unico luogo dove non si è impazienti che arrivi il nostro turno. Tornando al vino – abbi pazienza, ho studiato arte per 8 anni e rimane una delle mie passioni più grandi… e parlerei d’arte per ore e ore… – devo dire che la sua spiegazione sulla gestione dei grappoli per gravità, cosa che avevo già visto fare, la condivido in pieno. Inoltre mi ha fatto vedere che le presse sono numerate in modo che le prime 2 pressature soffici siano tracciabili ed avvengano in assenza di ossigeno, inoltre l’uva viene pressata una terza volta, ma il prodotto ottenuto viene giudicato di qualità insufficiente per essere utilizzato da Ca’ del Bosco che pertanto lo rivende ad altre cantine. La domanda ora sarebbe… FUORI I NOMI!!!! -.-”

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Il peso del tempo sospeso nell’area di vinificazione

Avevo appena detto di quanto trovassi “buono solo per fare bella figura tra chi non ama il vino” il Cuvée Prestige Ca’ del Bosco ad Alessandra… quando mi sono ritrovata alle pendici di uno dei 3 silos che contiene il terzo del milione delle bottiglie di Cuvée Prestige prodotte annualmente da Ca’ del Bosco. Ho così capito che la magnificenza della cantina si sorregge per lo più con questo prodotto che si sa, va via più del pane ad un prezzo leggermente superiore agli altri Franciacorta (ma si sa, il bel vestitino costa!) E così si è nuovamente posta in me la fatidica domanda: quantità o qualità? Questa domanda è cruciale in ogni cosa ed in ogni campo di applicazione. Anche per questo blog, ad esempio. Meglio tanti articoli, anche uno al giorno o più, di bassa qualità, scritti velocemente tanto per scrivere, che non danno valore a chi legge se non l’aiuto di fargli passare 7/8 minuti di relax o scrivere articoli ragionati, più lunghi, che a volte impiegano anche decine di ore per essere composti, ma con minore frequenza? Mio padre mi ha risposto saggiamente che dipende dal target… insomma dipende da te che leggi. Bene, io ho scelto di scrivere per chi predilige la qualità, quindi meno articoli compulsivi ma più di valore… ma per un altro tipo di pubblico il mio modo sarebbe sbagliato… quindi la risposta alla domanda qualità o quantità è “entrambe” ovvero “dipende dal target per cui il prodotto viene pensato”. Quindi sì a Cuvée Prestige Ca’ del Bosco, e pazienza se non mi piace! Il prodotto è ruffiano tanto nell’aspetto che nel contenuto e perfetto per il target per cui viene pensato, ovvero il tizio che non capisce molto di vino ma che gli piace darsi arie da intenditore e compra la bottiglia perché “ehi ciò, costa 30 € e ha il sacchettino, farò un figurone!!!”. Imparassero molte cantine ad individuare il loro segmento con tale precisione! 😉

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Il 3000… pieno di Cuvée Prestige!

Certo è che il 3000 è davvero imponente, soprattutto visto così… davvero apprezzabile anche la scelta di mantenere il più possibile standard la qualità del milione di bottiglie prodotte del Cuvée Prestige utilizzando 3 di questi giganti e un po’. (In realtà questa è la spiegazione romantica, ma la scelta è anche di natura economica). Lo standard di produzione sia del liquido che del contenuto in effetti è molto alto, il lavoro umano è limitato dall’utilizzo di macchine all’avanguardia ma comunque presente… insomma è stato davvero affascinante entrare in punta di piedi all’interno della fase produttiva.

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Operai al lavoro

Un’altra cosa che ho apprezzato molto è stato il laboratorio d’analisi interno. Mi piace che Ca’ del Bosco sia attenta anche a questo, per quanto mi chiedo se c’è un organo esterno che controlla quanto dichiarato. L’attenzione a queste cose mi da un’idea comunque di un vino sano, bravi!

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Il laboratorio analisi

Una parte della barricaia è stata riprogettata da un’architetto negli anni ’90. Il corridoio della foto, che unisce la cantina anni ’80 a quella anni ’90 è molto d’effetto, col terreno morenico a vista che lascia intuire la difficoltà delle vigne di approvigionarsi d’acqua e nutrienti. Anche l’illuminazione è studiata benissimo.

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L’oro del corridoio morenico

La nuova cantina tuttavia non mi ha suscitato nessuna emozione, né ho scorso una progettazione architettonica particolarmente brillante. D’impatto le botti a soffitto (sperando che non cadano mai…), ma nulla più.

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La cantina anni ’80

“Crediamo che il vino non sia un marchio. E nemmeno un brand.” l’ho trovato scritto nella loro brochure. Il valore di Ca’ del Bosco sta nel fatto che non è assolutamente vero: loro sanno di essere un brand. IL brand. 😉

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Questo “schema” per far capire come si muovono i residui mi è piaciuto tantissimo! Se ti va di approfondire, leggi questo articolo sul festival della Franciacorta che contiene un approfondimento sul COME viene prodotto il Franciacorta!

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Sala del camino – area degustazioni

Ca’ del Bosco è emblema di un territorio, la Franciacorta, che ha saputo vendersi come forse solo  Montalcino, in Italia. E come Montalcino dimostra un’identità ed una consapevolezza all’avanguardia rispetto al resto dell’Italia… per quanto indietro rispetto ai cugini francesi!

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Vintage Collection Brut 2010: voto 6/8 – Mi è piaciuto moltissimo!

La visita è finita con un bel documentario sul Metodo Ca’ del Bosco e due calici di Franciacorta Brut Vintage Collection 2010… che mi è piaciuto davvero tanto! Il mio voto? 6 perle su 8, meritate! – Presto ti spiego anche questo nuovo sistema di valutazione, promesso! 😉 – L’enologo accompagna il vino con grissini non salati per non influenzare i sapori. La trovo una scelta giusta (ed economica). Però sono felice di avere scoperto il RET da Berlucchi durante il Festival della Franciacorta! A proposito!!! Rientrando dalla visita ci siamo fermati a comprarlo proprio dove ci aveva consigliato Francesca Facchetti di Berlucchi, ovvero dalla Macelleria Polastri! Se siete in Franciacorta DOVETE farci un salto, anche solo per conoscere il papà di 82 anni suonati che è in formissima e ci chiacchieri di gusto! E hanno un RET stupendo:

Il delizioso RET, ovvero il salame di suino di Capriolo (BS)

Il delizioso RET, ovvero il salame di suino di Capriolo (BS)

Vi lascio l’indirizzo: Macelleria Polastri, Via Quattro Vie 1, 25031, Torbiato di Adro (BS). Sul navigatore impostate via risorgimento a Torbiato di Adro perché Via Quattro Vie non la trova… tel. +39 030 735 7154 magari fatevi tenere da parte questa delizia! Io ho speso 10 € per il salame e 4 ciabattine tenerissime anche il giorno dopo! Super consigliato 😉 Grazie ancora a Francesca!

Con questo articolo dedicato all’icona della Franciacorta, ti chiedo di riflettere sul mio Teorema di Biancaneve.

No, non sono matta! Ho proprio coniato una mia personale teoria matematica, più di statistica in effetti, che si chiama Teorema di Biancaneve. Come probabilmente saprai, un teorema si compone di una o più ipotesi che portano alla tesi, vero cuore del teorema, e della sua dimostrazione, ovvero la serie di implicazioni logiche che la avvalorano.

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Teorema di Biancaneve

Ipotesi 1: Dinanzi a due mele, sceglierai sempre la più bella.

Ipotesi 2: La polpa marcisce senza la buccia.

Ipotesi 3: Il frutto più saporito spesso si nasconde dietro la buccia più ammaccata.

Tesi: Se non racconti la storia della tua polpa, non ti basterà la tua buccia ammaccata per essere scelto.

Dimostrazione:

 Se vai in un negozio e decidi di COMPRARE una mela e hai dinanzi una mela biologica un po’ ammaccata e dalla buccia imperfetta ed una con la buccia rossa e lucida che ha subito qualsiasi trattamento chimico che ne ha degradato sostanze nutritive e qualità della polpa, tu sceglierai quella bella, anche se è meno sana e saporita. La mela ammaccata tenderai a considerarla di qualità peggiore. Non c’è scampo, fa parte del nostro patrimonio genetico cercare di salvaguardare la nostra specie scegliendo quello che consideriamo più forte. Il problema è che lo facciamo con i canoni sbagliati perché mangiamo con gli occhi ancora prima che con la testa o con la bocca.

La morale? Cari produttori, smettetela di considerare il vostro vino come il nettare degli dei. Voi vignaioli non siete superiori al Teorema di Biancaneve, nessuno lo è, in nessun settore. Se volete partecipare alla gara dovete partire dallo stesso punto. La selezione umana porta a scegliere il bello, quella naturale premierà la qualità. Per essere in concorso il vostro packaging, la vostra bottiglia, la vostra etichetta e la cura del dettaglio deve essere all’altezza degli altri competitors, o non ci sarà gara. Solo superata la selezione degli occhi avrete una speranza di vincere quella della bocca.

Ca’ del Bosco fa scuola in questo. Il Cuvée Prestige è l’emblema di come un vino senza carattere possa diventare l’icona con cui fare bella figura alle cene di chi non beve con il palato, ma con l’etichetta. (Ne avevo parlato anche durante il mio discorso alla trentennale del Loazzolo DOC, in un affascinante confronto con Luca Gardini, miglior sommelier del mondo 2010: GUARDA IL VIDEO QUI!)

Sia chiaro, con la quantità dei contenuti e l’apparente infiocchettamento di questi non si può vivere in eterno senza sostanza… per fortuna i nodi prima o poi vengono al pettine e i venditori di fumo prima o poi saranno annientati dalla natura… così come questi personaggi che parlano di vino e di web senza averne titolo che fanno strada screditando gli altri! Sono meteore. Sono diventata sommelier diplomata AIS perché senza basi bere non basta. Così come non basta fare 4 chiacchiere coi produttori o schierarsi al fianco delle loro fatiche. Sarò impopolare… o forse più popolare di loro… ma tutti i mestieri richiedono fatica. Sono solo fatiche diverse, ma tutte meritano considerazione. Per questo io stimo tutti i produttori che lavorano bene al pari di chiunque fa bene il proprio lavoro. Ho studiato il mondo del web e della comunicazione del prodotto partendo dalla psicologia dell’utente al CNR e ho messo le mani in pasta per 4 anni prima di fare la web designer non perché sono una perditempo, ma perché non mi piace rubare soldi alla gente riempiendomi la bocca di cose che non conosco. Perlage Suite è il prodotto di entrambe le cose.

La morale? Perlage Suite è sicuramente un sito ben fatto, di forte impatto estetico, che spero ti invogli a sbucciarlo, ovvero a leggere i contenuti. Ma se dentro a Perlage Suite non ci fossero contenuti di qualità, probabilmente non avresti letto fino in fondo questo lungo articolo.

Ca’ del Bosco non ha certo un vino base di qualità, ma dal Vintage in su la trovo davvero, davvero piacevole. E sicuramente nel metodo Ca’ del Bosco c’è sì tanta pubblicità, ma ne ho assaporato anche la qualità.

Spero di essere riuscita a farti arrivare il messaggio che nella vita il diritto di influenzare l’opinione pubblica su una qualsiasi disciplina lo raggiungi se è rispettata l’equazione:

studio : esperienza = risultati : influenza

E questo vale anche per una cantina vinicola:

comunicazione : contenuto = vendite : mercato

Insomma, qualsiasi sia il tuo lavoro impara da Ca’ del Bosco. Sono geni indiscutibili della Comunicazione del vino con, per fortuna, un po’ di sostanza.

Ti saluto con un po’ di approfondimenti e risorse utili:

E se sei un aspirante sommelier con l’esame di terzo livello in vista… ti consiglio di leggere:

un abbraccio,

Chiara

P.S. Ancora grazie ad Alessandra per la visita e l’ospitalità. Anche gli omaggi sono stati graditissimi! Il libro fotografico è davvero stupendo… Ca’ del Bosco ha ospitato illustri fotografi di fama mondiale e ha fatto loro raccontare il vino con scatti in bianco e nero originali e non pubblicitari. Bellissimo.

Ma l’omaggio più gradito resta la bottiglia, un’anteprima, una prima edizione della Vintage Collection Dosage Zero Noir 2006. Un unico vitigno di pinot noir in mezzo ad un bosco vista lago, che è anche quello all’altitudine maggiore di tutta la Franciacorta. Una viticoltura difficile per un risultato che si preannuncia eccellente. Ho deciso di aprirlo quando Francesco farà una certa cosa… speriamo di non attendere troppo 😀 😀 😀 Dite che ne ha di potenziale di invecchiamento???? 😀 😀 😀

DOSAGE ZÉRO NOIR: ESSENZA.

Cogliere e catturare l’essenza del pinot nero è il sogno di molti. C’è chi è convinto che questa “anima” sia da ricercare nella forza che la varietà sa esprimere, chi nell’eleganza, chi addirittura nella neutralità. La verità è che non esiste un’unica essenza del pinot nero, esistono le sue varie espressioni, che traducono il terroir di provenienza. La tenuta Belvedere – tre corpi di vigna circondati da boschi nel Comune di Iseo, a 466 metri di altitudine, sulle colline che delimitano a sud il lago esprime un pinot nero di austerità, tensione e rigore espressivo: la lunga permanenza sui lieviti ha amplificato, nel bicchiere, quanto era già patrimonio dell’uva e della terra. E qui la terra – un deposito di detriti morenici rivolto verso il sole del sud, riparato dai venti del nord, formatosi in successivi cicli di glaciazioni – parla di mineralità e maturità, di sasso e di calore. Vintage Collection Dosage Zéro Noir: nessun dosaggio, nessuna aggiunta di “liqueur d’expédition”, per non offuscare la sua espressione più vera, cristallina, istintiva, per cogliere ancora meglio l’essenza di questo immenso e personalissimo pinot nero.

Dalla brochure istituzionale Ca’ del Bosco

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Ca’ del Bosco è l’esempio di come si può coniugare quantità e qualità. Spero solo che col tempo anche del Cuvée Prestige si possa dire la stessa cosa.

Adesso ti saluto davvero che devo correre a prepararmi… stasera vado all’Hotel 700 a Presezzo (devo ancora scoprire dov’è… so solo dopo Bergamo!) a conoscere Roberta Agnelli, la delegata di AIS Bergamo… iniziano i corsi di 1°livello per aspiranti sommelier e devo correre a farmi la doccia… ma non prima di essermi sbafata una tagliatella al ragù… perché il mio cuore è pur sempre romagnolo!

Chiara

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